Confronto e intervista con Matteo Saudino - Rebelchange

La frammentazione delle competenze rischia di farci perdere il senso del tutto.

Confronto con Matteo Saudino “Barbasophia”.

Matteo Saudino, il Prof più seguito d’Italia, “morire è l’atto più filosofico del nostro vivere”.

Marco: In Start Hub affrontiamo insieme alcuni temi come, ad esempio:

– Come è l’innovazione oggi?

– L’innovazione non deve essere un atto aggressivo, anche rispetto ai colleghi.

– Il giudizio legato alla responsabilità che abbiamo come persone impegnate nell’innovazione, nel digitale rispetto alla nostra impresa e anche rispetto ai consumatori con i quali andiamo a interagire.

Matteo: La cosa su cui vale la pena, oggi più che mai, fare una riflessione è l’importanza di ritornare ai greci e anche al grande periodo dell’umanesimo italiano rinascimentale proprio in presenza di questa crescita tecnologica. Il mondo della globalizzazione, dentro cui noi ci muoviamo, dentro cui si muovono le imprese ma anche la cultura, lo sport, l’istruzione, è caratterizzato da un ritmo rapidissimo. In questo ritmo rapidissimo ovviamente molti aspetti importanti possono finire ai margini delle nostre esistenze. Rischiamo di non riuscire ad assaporare il senso del tutto e della complessità proprio perché viviamo nella parcellizzazione dell’esistenza. Questa parcellizzazione dell’esistenza, questi ritmi esasperati ci possono risistemare, ricalibrare se facciamo nostra la grande lezione della filosofia greca, di Socrate e la grande lezione degli Umanisti come Marsilio Ficino, Pico della Mirandola, Erasmo da Rotterdam, cioè la cultura. Qualunque cultura essa sia non può prescindere dall’intersezione tra la disciplina umanistica (poesia, filosofia…) e la disciplina della tecnica (matematica, scienza…). La grande lezione dei greci e degli umanisti dice che il sapere parcellizzato parcellizza, di fatto, la nostra esistenza e ci impedisce di comprendere la realtà. Se non comprendiamo la realtà poi ci trasformiamo, in men che non si dica, in esecutori di quel preciso pezzo della complessità. Poi è ovvio che nella società è indispensabile essere specializzati in un settore per lavorare. Ma comprendere che quel settore è all’interno di una complessità è il segreto della crescita umana e professionale.

Quindi la grande lezione è l’intersezione tra i saperi scientifici e i saperi umanistici. Invece purtroppo oggi prevale, anche nella formazione a scuola, una ultra specializzazione sin da bambini e questo è un errore. Bisogna portare avanti questa grande lezione della complessità e della universalità dei saperi. “I saperi si fondono”, come dice Giordano Bruno. La conoscenza e la sapienza non possono essere divise in sapere scientifico e sapere umanistico. La specializzazione lavorativa andrà in quella direzione ma la specializzazione umana non può esistere perché l’uomo è complesso. E per comprendere la complessità l’uomo non può ovviamente frammentare la sua conoscenza e i suoi saperi, bisogna sempre avere uno sguardo sulla totalità e per fare questo bisogna praticare, non solo studiare, la filosofia. La filosofia non è lo studio ma è la messa in pratica di quanto si studia. Su questo, Matteo Saudino ci invita a fare una riflessione a noi che siamo nel campo dell’innovazione. Oggi c’è più bisogno di filosofia.

Marco: Oggi si tende ad essere strumenti analitici per le macchine ma non credo che sia il valore aggiunto che possiamo portare in noi stessi e nelle aziende in cui lavoriamo.

Silvia: Vorrei sapere l’opinione di Saudino riguardo questa superficialità legata all’ipertecnologizzazione. Anche le grandi potenze iperspecializzano sempre di più il lavoratore e le persone che, invece, hanno una formazione più umanistica o legata al pensiero sembrano tagliate fuori. Notiamo che la critica economica e statistica reputa le facoltà umanistiche quasi inutili e che ormai stanno andando in via di estinzione. Ci sono invece sempre più iscrizioni a facoltà scientifiche, d’ingegneria, economia, medicina.

Matteo: Il lavoro nella nostra società industriale, tecnologica e capitalistica è nei settori tecnologici e scientifici pertanto è strutturalmente normale che i ragazzi e le ragazze scelgano facoltà scientifiche, economiche, mediche, informatiche perché lì c’è lo sviluppo economico. Poi di che tipo di sviluppo si tratti è un altro grande problema perché, rasentando in parte l’ottimismo utopistico, lo sviluppo economico dovrebbe in realtà ruotare intorno all’uomo.

L’uomo non è mai mezzo, l’uomo è sempre fine. Poi ovviamente è anche mezzo nelle relazioni umane ed economiche ma la centralità sta nel mondo dell’uomo come fine. E il mondo greco lo aveva detto, il mondo cristiano l’ha ribadito che l’uomo è un fine ma anche un mezzo, tenendo conto che questo fine si realizzerà poi nell’aldilà. Nel nostro mondo invece facciamo degli uomini merci, mezzi e strumenti in maniera proprio sistematica, senza quasi arrivare a criticare questa prospettiva. Certamente se noi presenziamo a un convegno motivazionale si dirà sempre che l’uomo è al centro ma questa teoria va declinata nella pratica. Nella pratica noi siamo consumatori al telefono, consumatori e mezzo rispetto alle piattaforme digitali, consumatori al supermercato e di servizi… dunque essendo consumatori in quasi tutte le fasi della nostra vita o essendo mezzi produttivi in altre fasi ecco che il fine un po’ svanisce. L’uomo spesso diventa fine con gli amici, se è così, se partecipa a un corso di yoga, se sta facendo un ritiro spirituale o un corso di meditazione. Il problema è che poi, nella realtà dei fatti, noi veniamo quasi sempre considerati come mezzi, mezzi per qualcuno, mezzi per qualcun’altro e allora inevitabilmente il fine si perde e noi lo dobbiamo recuperare. L’uomo è fine, è anche mezzo ma è prima di tutto fine.

In un mondo tecnologico-industriale è normale che i ragazzi e le ragazze frequentino facoltà scientifiche ma è proprio lì che nasce l’esigenza della filosofia, della letteratura. Proviamo un secondo a sfogliare le vita di ingegneri, medici, informatici, chimici, economisti e togliamo tutto di ciò che è la poesia, la letteratura, le serie tv che dietro hanno narrazioni epiche, l’arte, la pittura, togliamo anche la musica, cosa rimane? Rimarrebbe ben poco. Dunque questo evidentemente rappresenta un’esigenza che noi abbiamo, di chi dà un senso alle cose. Questa esigenza ce la dà la letteratura e non l’iscriversi a facoltà di filosofia, filologia romanza o lettere classiche. Oggi sono facoltà per pochi e rimarranno per pochi ma proprio perché sono per pochi diventa necessario, a questo punto, creare ambienti di inclusione, di condivisione, percorsi di divulgazione su questi temi. Proprio perché ne sentiamo l’esigenza.

L’ultra specializzazione sta portando via il senso della vita. Siamo fatti di scelte e dietro alle scelte deve esserci consapevolezza, e la consapevolezza la porta la cultura umanistica. La consapevolezza deve essere presente dentro al mondo medico e scientifico sennò l’alienazione numerica produce solitudine o depressione. Questi disturbi si possono poi combattere a loro volta con la tecnologia, la medicina e la chimica ma la vera perdita è l’autonomia dell’uomo. Se l’economia non ha più bisogno dell’uomo come fine ma solo dell’uomo come mezzo, e anche nelle grandi imprese la maggior parte delle persone sono mezzo per produrre e generare profitto, vuol dire che noi ci spogliamo di una parte importante di noi. Se chiedessimo alle persone se sono felici la maggior parte di loro direbbe che non lo sono, o non rispondono, o mentono, o dissimulano indossando una maschera. Questa insoddisfazione di fondo è proprio dovuta anche alla perdita di questa dimensione di sintonia, dello stare insieme che è l’essenza poi della vita. In questa società di massa, la scuola di Atene non è più riproponibile, le scuole umanistiche del ‘400 non sono riproponibili.

La sfida quindi è: la società di massa può portare a una cultura di massa che emancipi autenticamente le persone?